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Recensione – Dying Light: The Beast
Dying Light: The Beast è, come hanno detto in molti, il vero Dying Light 2: il gioco che stavamo aspettando dopo il primo capitolo.
In The Beast si percepisce chiaramente la voglia di Techland di rialzarsi e dimostrare quanto ascolti i giocatori. Qui ritroviamo Kyle Crane, segnato da anni di torture inflitte dal Barone, ma più forte e determinato che mai.
Ma andiamo con ordine.
Grafica, personaggi e ambientazione
La grafica di The Beast è solida: belle texture e una resa visiva convincente. Il ray tracing, personalmente, lo trovo quasi superfluo, perché l’illuminazione di base è già molto ben realizzata.
Le ambientazioni sono uno dei punti di forza. Old Town, ad esempio, sembra una cittadina realmente esistente: credibile, coerente e viva. Anche le altre zone sono ben strutturate e facilmente riconoscibili. In confronto, Dying Light 2 soffriva di ambienti spesso irrealistici e poco evocativi.
I personaggi sono realizzati bene: nulla che gridi al miracolo, ma svolgono il loro ruolo senza sbavature. Gli zombie, invece, sono un netto passo avanti rispetto sia al primo che al secondo capitolo: qui tornano a sembrare veri zombie, meno “malati” e più inquietanti.
Storia
La trama di Dying Light: The Beast mi è piaciuta. È vero, ci sono elementi classici come il cattivo, la vendetta e i buoni, ma spesso è come una storia viene raccontata a darle valore, e qui il racconto funziona.
Kyle Crane torna in grande forma, con i suoi toni ironici e la voglia di spaccare teste. Il doppiaggio è ottimo, davvero di qualità, così come la scrittura generale.
L’unica vera pecca è il modo in cui viene trattato il passato di Crane: quello che ha subito per anni avrebbe meritato un tono più serio e maturo. Si poteva osare di più sul piano emotivo.
Il Barone è un personaggio ben scritto, ma purtroppo poco sfruttato: un vero peccato.
Le missioni secondarie, invece, sono una piacevole sorpresa: mai banali, mai puro “facchinaggio”, e sempre interessanti.
Dispiace solo rendersi conto, una volta completato tutto, che l’esperienza è un po’ breve. Lascia la sensazione di volerne ancora, ma confido in Techland per futuri DLC o contenuti aggiuntivi.
Per evitare spoiler, mi fermo qui.
Gameplay
Qui arriviamo al cuore del gioco. Il gameplay di Dying Light: The Beast è divertente, ma soprattutto spicca la fisica. Torna quel feedback dei colpi che mi aveva fatto passare ore sul primo Dying Light (ancora oggi ottimo).
I corpi si ammassano in modo realistico, gli zombie sono numerosi e questo rende ogni scontro caotico e appagante. Tutte le armi sono divertenti da usare, comprese quelle pesanti, così come molotov e lanciafiamme.
Detto questo, ci sono problemi evidenti, e riguardano soprattutto effetti di stato ed esplosioni.
Gli effetti di stato – in particolare elettricità e veleno – sono sottotono. Nel primo capitolo l’elettricità era molto più efficace: gli zombie restavano elettrificati anche a terra, mentre qui l’impatto è minore. Il veleno, invece, si riduce quasi a qualche lucina verde ed è poco incentivante da usare.
Le esplosioni sono il vero tallone d’Achille. O gli zombie pesano una tonnellata, o le esplosioni sono completamente depotenziate. Mine, granate e C4 non restituiscono un feedback soddisfacente: gli zombie non vengono sbalzati via, ma semplicemente si spostano di lato.
Nel secondo capitolo era forse troppo esagerato, ma qui si è passati all’estremo opposto. Nel primo Dying Light il bilanciamento era decisamente migliore, e spero che Techland sistemi questo aspetto, perché migliorerebbe molto il gameplay.
C’è poi un altro problema fastidioso: gli zombie morti a terra sembrano “annullarsi”. Se fai esplodere una C4 su un ammasso di corpi, questi non reagiscono minimamente, come se non esistessero. Rimangono lì, immobili. No, così non funziona. Spero davvero venga sistemato con una patch.
Conclusioni
In definitiva, Dying Light: The Beast mi è piaciuto. Ha una buona storia, un ottimo ritorno di Kyle Crane e una fisica nel gameplay che ricorda il meglio del primo capitolo.
Ci sono aspetti da rifinire – soprattutto esplosioni ed effetti di stato – ma la base è solida e promettente.
Grazie per la lettura.
Dying Light: The Beast è, come hanno detto in molti, il vero Dying Light 2: il gioco che stavamo aspettando dopo il primo capitolo.
In The Beast si percepisce chiaramente la voglia di Techland di rialzarsi e dimostrare quanto ascolti i giocatori. Qui ritroviamo Kyle Crane, segnato da anni di torture inflitte dal Barone, ma più forte e determinato che mai.
Ma andiamo con ordine.
Grafica, personaggi e ambientazione
La grafica di The Beast è solida: belle texture e una resa visiva convincente. Il ray tracing, personalmente, lo trovo quasi superfluo, perché l’illuminazione di base è già molto ben realizzata.
Le ambientazioni sono uno dei punti di forza. Old Town, ad esempio, sembra una cittadina realmente esistente: credibile, coerente e viva. Anche le altre zone sono ben strutturate e facilmente riconoscibili. In confronto, Dying Light 2 soffriva di ambienti spesso irrealistici e poco evocativi.
I personaggi sono realizzati bene: nulla che gridi al miracolo, ma svolgono il loro ruolo senza sbavature. Gli zombie, invece, sono un netto passo avanti rispetto sia al primo che al secondo capitolo: qui tornano a sembrare veri zombie, meno “malati” e più inquietanti.
Storia
La trama di Dying Light: The Beast mi è piaciuta. È vero, ci sono elementi classici come il cattivo, la vendetta e i buoni, ma spesso è come una storia viene raccontata a darle valore, e qui il racconto funziona.
Kyle Crane torna in grande forma, con i suoi toni ironici e la voglia di spaccare teste. Il doppiaggio è ottimo, davvero di qualità, così come la scrittura generale.
L’unica vera pecca è il modo in cui viene trattato il passato di Crane: quello che ha subito per anni avrebbe meritato un tono più serio e maturo. Si poteva osare di più sul piano emotivo.
Il Barone è un personaggio ben scritto, ma purtroppo poco sfruttato: un vero peccato.
Le missioni secondarie, invece, sono una piacevole sorpresa: mai banali, mai puro “facchinaggio”, e sempre interessanti.
Dispiace solo rendersi conto, una volta completato tutto, che l’esperienza è un po’ breve. Lascia la sensazione di volerne ancora, ma confido in Techland per futuri DLC o contenuti aggiuntivi.
Per evitare spoiler, mi fermo qui.
Gameplay
Qui arriviamo al cuore del gioco. Il gameplay di Dying Light: The Beast è divertente, ma soprattutto spicca la fisica. Torna quel feedback dei colpi che mi aveva fatto passare ore sul primo Dying Light (ancora oggi ottimo).
I corpi si ammassano in modo realistico, gli zombie sono numerosi e questo rende ogni scontro caotico e appagante. Tutte le armi sono divertenti da usare, comprese quelle pesanti, così come molotov e lanciafiamme.
Detto questo, ci sono problemi evidenti, e riguardano soprattutto effetti di stato ed esplosioni.
Gli effetti di stato – in particolare elettricità e veleno – sono sottotono. Nel primo capitolo l’elettricità era molto più efficace: gli zombie restavano elettrificati anche a terra, mentre qui l’impatto è minore. Il veleno, invece, si riduce quasi a qualche lucina verde ed è poco incentivante da usare.
Le esplosioni sono il vero tallone d’Achille. O gli zombie pesano una tonnellata, o le esplosioni sono completamente depotenziate. Mine, granate e C4 non restituiscono un feedback soddisfacente: gli zombie non vengono sbalzati via, ma semplicemente si spostano di lato.
Nel secondo capitolo era forse troppo esagerato, ma qui si è passati all’estremo opposto. Nel primo Dying Light il bilanciamento era decisamente migliore, e spero che Techland sistemi questo aspetto, perché migliorerebbe molto il gameplay.
C’è poi un altro problema fastidioso: gli zombie morti a terra sembrano “annullarsi”. Se fai esplodere una C4 su un ammasso di corpi, questi non reagiscono minimamente, come se non esistessero. Rimangono lì, immobili. No, così non funziona. Spero davvero venga sistemato con una patch.
Conclusioni
In definitiva, Dying Light: The Beast mi è piaciuto. Ha una buona storia, un ottimo ritorno di Kyle Crane e una fisica nel gameplay che ricorda il meglio del primo capitolo.
Ci sono aspetti da rifinire – soprattutto esplosioni ed effetti di stato – ma la base è solida e promettente.
Grazie per la lettura.
FPS dai toni horror (livello paura: basso), è un grande classico del passato, uno dei padri fondatori degli FPS a mio parere. Ultra raccomandato sia per i nostalgici che per i nuovi che vogliono approcciarsi a qualcosa di rétro. (Non aspettatevi le grafiche di oggi eh.)
Ottimo gioco simulativo, ancora in fase di sviluppo, ha un grande margine di miglioramento. Offre diversi scenari storici, tuttavia potrebbe risultare ripetitivo al momento. Ben strutturato e con un grado di difficoltà adatto.
Questo gioco offre l'esperienza di essere parte di un mondo post-apocalittico. La guerra ha consumato il mondo che conoscevi ed ora ti ritrovi a condividere obiettivi, casa e cibo con altri rifugiati. Il gioco è ben strutturato, la storia interessante, è procedurale quindi ad ogni partita hai sempre scenari e personaggi nuovi. Giocato alla lunga può essere ripetitivo per alcuni, tuttavia è un ottimo gioco "passa-tempo".